«L’affetto e la cordialità sono le cose più importanti»

18.08.2020 - 09:02 | Christian Possa

La Moldavia è poverissima, la rete sociale fa acqua ovunque. Sono molti i bambini che sono naufragati negli istituti di accoglienza del Paese, ognuno segnato da un tragico destino. La Fondazione Villaggio Pestalozzi per bambini rema contro questa tendenza con il progetto «Integrazione scolastica di bambini svantaggiati». I punti principali sono l’inclusione nella quotidianità scolastica e l’affiancamento una volta conclusasi la permanenza nell’istituto.

Nell’omonima località, Stefan Vodă è uno dei sette istituti di accoglienza in cui la Fondazione Villaggio Pestalozzi per bambini si dedica ai più deboli della società, collaborando con l’organizzazione partner locale Centre for Childhood, Adolescence and Family (CCAF). Qui vivono poco più di una ventina di bambini e adolescenti. Vi rimangono ufficialmente per un periodo di tempo compreso tra i sei e i dodici mesi ma, nei casi più difficili, anche più a lungo. Molti dei bambini che finiscono nell’istituto fanno parte di minoranze etniche o linguistiche, provengono da famiglie sfasciate, hanno subito violenze e abusi.

«Una parte importante del progetto consiste anche in uno stretto affiancamento nel periodo successivo alla permanenza in istituto.»

Cristina Coroban – direttrice del progetto
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In istituto, Victor ha trovato una base dalla quale può costruire la sua vita.

Prospettive di un futuro autodeterminato

Victor ha 17 anni. Minore di cinque fratelli, il ragazzo è cresciuto a Talmaza, un villaggio rurale situato a 20 chilometri a Nord da Stefan Vodă. I suoi ricordi d’infanzia? Andare a prendere l’acqua alla sorgente, raccogliere la legna, pulire la casa. A sei anni, viene dato per la prima volta in custodia all’istituto di accoglienza. Egli ricorda che la sua situazione era molto migliorata nella struttura. «A casa, liti, botte e lotte erano all’ordine del giorno.» In seguito, Victor viene dato ad una famiglia affidataria nella quale, però, non arriva mai ad essere felice. Cristian Coroban, direttrice di progetto del CCAF, conosce le sfide che presentano situazioni del genere. Ci sono casi in cui le famiglie non sono all’altezza del compito. «Il lavoro con i bambini traumatizzati è duro: e ci sono molti traumi.» Ecco perché una parte importante del progetto consiste in uno stretto affiancamento nel periodo successivo alla permanenza in istituto al fine di riconoscere tempestivamente eventuali problemi e trovare soluzioni interdisciplinari. 

Victor era felice di poter ritornare in istituto. Lì ha un posto in cui vivere. «E ho da mangiare.» Alla domanda relativa a cosa mangiasse allora a casa, rimane elusivo. «Quello che c’era, era difficile. » Nell’istituto di accoglienza Stefan Vodă, grazie ai training del progetto, i responsabili l’hanno fatto avvicinare pian piano all’alfabeto, facendogli imparare passo dopo passo le singole lettere e le sillabe. Non avendo mai frequentato le lezioni, Victor non sapeva leggere fino all’età di undici anni. Nella scuola di Stefan Vodă, il diciassettenne sente di ricevere un buon supporto. «I miei compagni e le mie compagne mi aiutano quando sono in difficoltà», racconta. Per di più, anche il suo insegnante è originario di Talmaza, e questo gli facilita le cose. Uno dei traguardi più importanti raggiunti nella prima fase del progetto è che gli istituti di accoglienza e le scuole collaborano tra loro più di prima e si coordinano al fine di orientare il proprio supporto alle esigenze individuali di bambini ed adolescenti.

«A scuola sento di essere ben supportato. I miei compagni e le mie compagne mi aiutano quando sono in difficoltà. »

Victor – 17
Con il passare degli anni, la situazione familiare di Victor non è diventata più semplice. Tre dei suoi fratelli sono finiti in carcere, sua madre è morta da poco a causa di un cancro. Suo padre continua a vagare da un posto all’altro. Suo fratello maggiore, Jakob, è l’unico con il quale è regolarmente in contatto. Vive di nuovo a Talmaza e, ogni tanto, porta Victor a casa sua o gli compra dei vestiti. La vita ha insegnato a Victor a badare a se stesso. Ed è quello che fa. «Vorrei diventare meccanico per riparare le macchine», dice deciso. Ci sarebbe una scuola professionale che potrebbe frequentare una volta conclusa la scuola secondaria. «Hanno un loro ostello dove io potrei vivere.» Lo Stato si assume i costi fornendo una borsa di studio. Victor riceve 4000 leu al mese, corrispondenti a poco più di 200 franchi.
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A Stefan Vodă, i bambini e i pedagoghi di riferimento imparano insieme ogni giorno.

Ci si deve preparare prima al dopo

Non tutti gli adolescenti hanno la fortuna di poter contare su un aiuto statale. Dopo il periodo trascorso in istituto, per molti è difficile integrarsi. Ecco perché, nei tre anni successivi, il progetto punta ad incrementare le abilità accademiche, sociali e professionali degli adolescenti durante il loro inserimento. «E hanno bisogno di supporto anche dopo», afferma Cristina Coroban. «Hanno bisogno di un referente che li possa aiutare ad integrarsi a scuola o all’interno della comunità. » Il successo delle misure volte all’integrazione sociale e scolastica nella fase successiva alla permanenza in istituto è correlato alla presenza di In istituto, Victor ha trovato una base dalla quale può costruire la sua vita. una collaborazione efficiente ed interdisciplinare tra tutti gli attori coinvolti (istituti di accoglienza, scuole, centri di aiuto psicosociale, ministeri per l’istruzione, la cultura e la ricerca, il lavoro e la protezione sociale, nonché le autorità locali delle amministrazioni pubbliche). «Con il progetto incentiveremo e supporteremo esplicitamente proprio questa sinergia», sottolinea Argine Nahapetyan, Direttrice dei programmi Europa sud-orientale presso la Fondazione Villaggio Pestalozzi per bambini.

Nel prossimo futuro, Ludmila dipenderà dal funzionamento del monitoraggio e dell’affiancamento che riceverà nella fase successiva alla sua permanenza in istituto. Ha 16 anni e terminerà a breve il 9° anno di scuola. E con la fine dell’anno, si avvicina anche il momento di lasciare il porto sicuro. Di per sé, Ludmila non ha paura di farlo. Il suo dilemma è però che suo fratello disabile, Gheorghe, vive ancora nell’istituto e, a causa dell’età, non può ancora lasciarlo. Pur ricevendo una pensione minima per orfani, sarà quasi impossibile per la sedicenne mantenere se stessa e suo fratello.

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Gheorghe e Ludmila, fratello e sorella, in una stanza per ragazze nell’istituto di accoglienza Stefan Vodă.
Ludmila e Gheorghe sono cresciuti con la nonna e sono stati separati per molto tempo. Ludmila non aveva la più pallida idea di dove fosse finito Gheorghe e se stesse bene. Quando poi finalmente l’hanno portato a Stefan Vodă, era in pessime condizioni. «Non riusciva né a camminare, né a parlare, non poteva fare nulla», ricorda. Non osa nemmeno immaginare quello che deve aver vissuto. È solo incredibilmente felice di essersi ricongiunta con lui. Nell’istituto di accoglienza di Stefan Vodă, hanno investito molto sullo sviluppo di Gheorghe. Cristina Coroban ricorda: «Quando Gheorghe è arrivato da noi, non era in grado né di scrivere, né di parlare. Grazie alla proficua collaborazione tra l’istituto e la scuola, ora frequenta le lezioni e ha dei compagni e delle compagne gentili che lo aiutano. Per noi è un buon risultato.»

«Sono diventata più socievole e più aperta verso le persone nuove.»

Ludmila – 16
Ludmila vive nell’istituto di Stefan Vodă da quattro anni, un esempio di come sia possibile prolungare la durata della permanenza in istituto in base alla situazione personale. Quando le si chiede come pensa di essere cambiata, risponde: «Sono diventata più socievole e più aperta verso le persone nuove.» Ad ogni modo, Vadim Dimitreeo, direttore dell’istituto di accoglienza, racconta che ci vuole molta comprensione da parte di tutti. I bambini provengono da famiglie molto difficili. Il loro comportamento è diverso da quello degli altri. I docenti devono dunque imparare come possono agire in risposta a determinati conflitti, mentre i compagni e le compagne di classe devono essere coscienti del fatto che esistono bambini con background sociali diversi. «La chiave sta nell’essere informati l’uno sull’altro.» Liuba Chetrari, docente di una scuola di Stefan Vodă, descrive come segue la propria esperienza personale nell’interazione con bambini e adolescenti provenienti dagli istituti di accoglienza: «Le nozioni pedagogiche sono veramente importanti, ma ancor più importanti sono l’affetto e la cordialità.    

Il punto di vista di Ludmila sul coronavirus

«Credo che questo virus ci sia stato mandato dall’alto e sia una prova per tutto il mondo. Speriamo che un giorno sarà tutto a posto e che non ci sarà più alcun pericolo sul nostro cammino. Quello che mi manca in quarantena è la vita che avevo prima, anche se la ritenevo noiosa: ora è ancora peggio. Mi mancano i miei amici di scuola, le passeggiate che facevo nel parco e la mia scuola. Ho l’impressione di essermi dimenticata persino della strada che facevo per andare a scuola. Le lezioni online non mi bastano per capire tutto. Le docenti e i docenti spiegano molto bene il materiale scolastico e spesso ci fanno persino delle domande, ma per me è difficile riuscire a formulare bene subito una risposta. Non capisco più il materiale così bene come prima, quando frequentavo regolarmente le lezioni. A scuola, gli insegnanti e le insegnanti potevano vedere se avevo capito i contenuti oppure no, e lo potevano rispiegare. Purtroppo le lezioni online non sono quello di cui ho bisogno. Qui nell’istituto sono grata di quello che ho. Il personale cerca di proteggerci dal panico e dalle preoccupazioni e cercano di essere ogni giorno ottimisti e di buon umore. Spero che tutto ritorni presto alla normalità e alla vita che avevamo prima della pandemia.» 

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