Ridere, imparare e l’animale di gruppo

19.02.2020 - 16:27 | Milena Palm

In ottobre, il Bayerischer Jugendring (BjR) ha partecipato per la prima volta a una settimana di scambio al Villaggio Pestalozzi per bambini. A Trogen, gli alunni della 6ª e dell’8ª classe di Pressath non hanno scoperto soltanto la bratwurst e le danze popolari: grazie allo scambio, molti di loro hanno fatto grandi passi avanti.

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Nel progetto di scambio, circa 20 scolari di Pressath (DE) hanno incontrato bambini della Moldavia e di Wetzikon.

«Fantastico. Era tutto semplicemente fantastico», ci dice Tobias, uno scolaro di Pressath, ha commentato la settimana del progetto di scambio del Bayerischer Jugendring al Villaggio Pestalozzi per bambini. Questo evidente entusiasmo scaturisce da una settimana intensa, durante la quale gli adolescenti hanno fatto grandi passi avanti. È una cosa che ha osservato anche Hans Walter, l’insegnante che ha accompagnato gli adolescenti a Trogen. «Ho notato che poco a poco gli adolescenti hanno cambiato il loro modo di comportarsi quando incontravano bambini degli altri gruppi», racconta.

«Poco a poco gli adolescenti hanno cambiato il loro modo di comportarsi quando incontravano bambini degli altri gruppi.»

Hans Walter – insegnante

Per dimostrare questa disponibilità alla cooperazione, gli adolescenti di Pressath hanno comunque avuto bisogno di un periodo di avviamento. L’ha riscontrato anche Barbara Germann, pedagogista della Fondazione Villaggio Pestalozzi per bambini. «Volevamo rompere il ghiaccio tra gli adolescenti della Moldavia, di Wetzikon e della Baviera con una semplice esercitazione. Il compito assegnato era tradursi parole a vicenda.» L’esercitazione presupponeva che si agisse di propria iniziativa, ma non ha funzionato con questo gruppo così riservato. «Sarebbe stato necessario andare da ognuno e accompagnarne uno per uno», spiega. Secondo Hans Walter, la scarsa disponibilità a partecipare è dovuta anche all’insicurezza.

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Gli adolescenti hanno poi costruito insieme una pista di biglie come esercitazione per conoscersi meglio. Anche qui la difficoltà era la barriera linguistica.

Superare le paure e le insicurezze

Anche la pedagogista ha notato che all’inizio gli adolescenti lottavano contro la loro insicurezza. Secondo lei, essa dipenderebbe dalla barriera linguistica e dalla conseguente paura dello scambio. Barbara Germann aggiunge che per gli adolescenti è stato anche difficile spingersi oltre la propria zona di comfort.

La sfida da affrontare nel progetto di scambio con il BjR è stata proprio questa: fare in modo che gli adolescenti si spingessero oltre la propria zona di comfort, senza però scoraggiarli. Per Barbara Germann quello che conta è procedere a piccoli passi. Per questo al pomeriggio ha ripetuto l’esercitazione con le traduzioni, provando con un altro metodo. Gli adolescenti hanno fatto un giro per il Villaggio a gruppi di due. Durante il giro, una scolara tredicenne di Pressath ha imparato a contare fino a cinque in moldavo: «unu, doi, trei, patru, cinci», recita fiera.

Era importante che le esercitazioni fossero basate l’una sull’altra e adattate agli adolescenti. «Così, quasi non si accorgono che hanno abbandonato la loro zona di comfort e possono interagire attraverso il gioco, il divertimento e le risate », continua la pedagogista.

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Gli adolescenti hanno rappresentato due volte situazioni incentrate sull’emarginazione che loro stessi hanno vissuto. Alla seconda rappresentazione, qualcuno è intervenuto.

L’uomo, l’animale di gruppo

Mercoledì è stata per gli adolescenti la giornata più intensa. «In una esercitazione abbiamo usato in modo mirato le tre lingue degli adolescenti. Attraverso la barriera linguistica hanno capito come ci si sente a essere esclusi o a escludere», spiega Barbara Germann. Il motto di questa giornata: insieme siamo forti – ma cosa accade alle persone emarginate? A questo scopo è stata condotta una speciale esercitazione sperimentale.

«Ora potete chiudere gli occhi», dice Barbara Germann agli adolescenti seduti in cerchio. Dopo la prima titubanza, uno dopo l’altro tutti chiudono gli occhi. A questo punto, la pedagogista incolla a ciascuno sulla fronte un punto colorato. «Adesso potete riaprire gli occhi e formare dei gruppi senza parlare tra di voi.» Gli adolescenti si guardano intorno e si raggruppano in base al colore dell’adesivo. Una bambina resta da sola, esclusa: il suo adesivo ha un colore diverso dagli altri.

«Da questa breve esercitazione traspare, tra l’altro, che le persone non amano stare da sole ma preferiscono far parte di un gruppo», spiega Barbara Germann. I bambini si accorgono che altri vengono esclusi a causa di un tratto distintivo: per un punto si trascura tutto il resto. «Se ognuno si toglie il suo punto, non c’è quasi più niente che ci distingua», aggiunge.

«Se ognuno si toglie il suo punto, non c’è quasi più niente che ci distingua.»

Barbara Germann – pedagogista

Impegnarsi per gli altri

Le persone discriminate vengono spesso escluse, per questo si è parlato anche di coraggio civile. «È stato chiesto ai bambini di ricordare momenti in cui qualcuno è stato escluso», spiega la pedagogista. Alla fine, gli adolescenti hanno rielaborato questi ricordi ed esperienze creando dei lavori teatrali. Gli adolescenti li hanno poi rappresentati tutti in una volta, senza presentare una soluzione. La seconda volta, uno del pubblico doveva intervenire. «Gli adolescenti dovevano diventare attivi, abbandonando il punto di vista del semplice osservatore: un compito difficile, soprattutto per questo gruppo così riservato. L’hanno fatto in modo molto serio ed è intervenuta ogni volta un’altra persona», approva soddisfatta. Anche Baran ed Emir hanno appreso in questa esercitazione nuovi approcci risolutivi: «Adesso abbiamo imparato che possiamo chiamare un insegnante.»

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Gli adolescenti hanno rappresentato due volte situazioni incentrate sull’emarginazione che loro stessi hanno vissuto. Alla seconda rappresentazione, qualcuno è intervenuto.

Ciò che resta alla fine

«In alcuni scolari e scolare ho potuto osservare un cambiamento di atteggiamento nei confronti degli stranieri», dice Barbara Germann. Il quindicenne Leon, ad esempio, alla fine della settimana ha avuto un’illuminazione. Per lungo tempo infatti, non aveva molta voglia di partecipare ai workshop: «Improvvisamente mi sono accorto di avere un atteggiamento molto negativo. Invece, molte attività sono state fantastiche. » A Emir è piaciuto non soltanto il programma: «Trovo che le pedagogiste abbiano fatto un buon lavoro.» Anche Baran fa un bilancio positivo: «La cosa buona è che adesso rifletto molto di più su questi temi.»

«Improvvisamente mi sono accorto di avere un atteggiamento molto negativo. Invece, molte attività sono state fantastiche.»

Leon – 15 anni

L’insegnante Walter è convinto che l’effetto della settimana di progetto sugli adolescenti continuerà: «Hanno imparato molte cose gli uni degli altri, e spero che metteranno in pratica queste conoscenze nelle relazioni della vita di tutti i giorni.» L’insegnante si augura che il nuovo modo di comportarsi e la vicinanza raggiunta tra gli adolescenti persistano, e che essi applichino la nuova dinamica di gruppo e lo spirito collettivo nella vita scolastica quotidiana. Quello che senz’altro continua a fare effetto è l’esperienza interculturale: «I bambini sono rimasti impressionati dal soggiorno in Svizzera e hanno chiesto subito se potranno ripetere lo scambio al Villaggio per bambini come gita finale.»

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